Tambov - nella foresta di Rada, verso il campo di prigionia 188



Nel suo «Presente alle bandiere», Settimo Malisardi racconta anche del trasferimento dall'ospedale al campo di prigionia 188: «In colonna per quattro ci incamminammo a passo lento, e barcollando come fantasmi nel vuoto di tanto spazio dell'estesa campagna, verso un bosco a chilometri di distanza […] Ad un certo punto abbandonammo a strada scoperta per dirigere in una carreggiata che correva rettilinea nel bosco […]» Valery Cherkezov, con Anton, Natalia e Denis ci accompagnano anche in quel tratto di foresta. La distanza dalla località Novaja Ljada, sede dell'ospedale, è notevole.
In linea d'aria sono circa 8 chilometri che aumentano seguendo la strada e poi il sentiero che scende a sud nella foresta. Scrive infatti Settimo Malisardi «Camminammo per ore prima di raggiungere le baracche del nuovo concentramento.» Considerando sempre la stazione di Rada come punto di partenza, per raggiungere il 188 ci si dirige sulla strada in direzione ovest e poi ci si addentra nella foresta in direzione sud. A piedi, raggiungiamo un grande bosco di betulle. Lì, spiega Natalia, sorgeva il campo 188. Vediamo solo betulle e tutto sembra molto tranquillo. Mi piacerebbe camminarci in mezzo, cercare le tracce dei bunker però sento Natalia che racconta: «si dice che ogni betulla sia l'anima di chi è passato di qui». Allora mi fermo e osservo con rispetto. Cerco inutilmente di contare le betulle. Quel bosco mi sembra immenso. Il sentiero per raggiungere questo bosco così come i sentieri che proseguono verso le fosse comuni o verso altre zone della foresta sono molto battuti da mezzi militari e non è quindi molto agevole percorrerli anche perché quel mattino stesso è piovuto molto. Ma ci addentriamo ancora nella foresta e arriviamo ad altre fosse comuni numerate. Valery ci mostra una buca. Spiega che quella probabilmente era, originariamente, un bunker per prigionieri, di quelli descritti in vari libri di memorie. Spiega che nell'inverno 1942, particolarmente rigido, era difficile scavare altre fosse per metterci i cadaveri e così, certe volte, utilizzavano i bunker stessi. Questa è una testimonianza di Andrea Jemma: «c'era soltanto una grande baracca, in un angolo estremo del campo, da cui non usciva mai nessuno; vi entravano solo i morti, privati di ogni indumento, atteggiati macabri nelle pose più strane fissate dal gelo». Verso la fine del percorso visitiamo una zona chiamata «le carré français», un posto che i francesi hanno voluto dedicare ai loro prigionieri, anche se non vi è certezza alcuna che in quel punto vi siano solo caduti francesi, anzi, Natalia e Valery ribadiscono che non c'è stata distinzione di nazionalità nelle sepolture. Un episodio singolare è quando incontriamo, nella foresta, un accampamento militare di addestramento non segnato sulle mappe. Appurato con Valery Cherkezov che «sappiamo dove stiamo andando», un capitano sorridente ci permette di passare attraverso l'accampamento stesso, con i giovanissimi soldati in maglietta a righe bianco-azzurre che incuriositi ci osservano dalle tende. Silvia Falca - Tambov 2 agosto 2011