La nonnina di Rossoš’

L’avevo adocchiata mentre passavo sull’altro lato del mercato di Rossoš’, quello sulla Proletarskaja Uliza a poca distanza dalla stazione degli autobus. Si era girata per un attimo, con quel suo foulard coloratissimo legato sotto il mento e il viso un po’ triste e pieno di rughe, a dimostrare il tempo passato ma anche le grandi difficoltà superate. Sergej, giovane ucraino che passeggiava tra i banchi spingendo una vecchia bicicletta, ci aveva appena spiegato che per loro quel mercato aveva prezzi cari. Che la media degli stipendi di Rossoš’ è di sette, otto volte più bassa della media degli stipendi di Mosca. Dicendo addirittura “Mosca non è Russia”. Ma quella nonnina era lì per vendere, al maggior prezzo possibile, un paio di barbabietole e qualche pannocchia di mais. Non deve esserle sembrato vero trovarsi davanti una turista che aveva tutta l’aria di avere un bel pò di rubli in tasca. Senza nemmeno guardare cosa aveva da offrirmi, rapita dai suoi occhi azzurrissimi, le ho subito chiesto se potevo scattarle una fotografia. Ma lei abbassando gli ho occhi mi ha negato il permesso e ha provato a rifilarmi una barbabietola. “Boršč” continuava a ripetere, con altre parole che non capivo ma che volevano essere un buon motivo per farmi comprare quel bene prezioso. Tipica zuppa russa, il Boršč l’avevo assaggiato qualche giorno prima a Mosca e mi era piaciuto tantissimo. Mi trovavo però nell’impossibilità di cucinarlo, mi avesse pure offerto le barbabietole migliori di Russia. Cercavo di spiegarglielo, farfugliando quelle poche parole che ho a disposizione in una lingua per me ancora poco comprensibile. Ma ha vinto lei. Continuando a negarmi la fotografia e insistendo prima con la barbabietola e poi con il mais mi ha convinta sicuramente più per il desiderio di poter poi ottenere una foto che per la volontà di cucinare una zuppa. Non ho osato contrattare e ho comprato una barbabietola. E poi ho subito ricominciato a chiederle la foto. Ma lei continuava a negare. Non volevo mollare, oramai era questione di principio. Così ho incominciato a fare conversazione. Le ho chiesto se era nonna. Orgogliosa, mi ha risposto di sì. Le ho detto allora che era una bellissima nonna russa (a dire il vero le ho detto l’equivalente di “bellissima nonna russo” e lei è stata così gentile da non farmelo notare). Sorridendo, mi ha indicato i suoi occhi dicendomi che quelli, sì, erano rimasti belli. Poi mi ha chiesto la nazionalità, si è informata sul mio credo e mi ha regalato una benedizione. E finalmente mi ha concesso la fotografia, forse anche un po’ divertita all’idea che la sua immagine sarebbe arrivata in Italia. Silvia Falca - Rossoš’ , 5 agosto 2011