L'elmetto di Anatoli


Anatoli Ivanovich Drosdov se ne stava lì, sulla soglia della nostra camera di albergo, con uno sguardo carico di rispetto e di orgoglio. Ci aveva appena regalato l'elmetto di un soldato italiano, evidentemente esumato. Lo aveva trovato lui e adesso lo regalava a noi, che quel pomeriggio eravamo stati a rendere omaggio ai caduti russi, sulla Mironova Gora. Sapendo quanto sia importante localizzare i ritrovamenti gli ho subito chiesto dove l'aveva trovato. Lui indicava il pavimento e io non capivo. Ho incominciato a pronunciare nomi di località: Kalitva? Don? Rossoš'? «net, Allan». Allan è il nome dell'albergo e lui ci aveva lavorato per la sua costruzione. Scavando per le fondazioni lo aveva trovato e conservato. Al mattino, Alim Morozov ci aveva spiegato che vicino al nostro albergo c'era la sede del Monte Cervino. E pensare che mentre quel pomeriggio salivamo verso i monumenti di Novaja Kalitva mi ero accorta che Anatoli se ne stava un po' in disparte. Lui non sapeva perché eravamo lì e io avevo deciso di raccontargli che mio prozio era morto in Russia come prigioniero. Ma un po' infastidito mi aveva risposto che in Russia morirono in molti. Gli avevo chiesto allora se era già stato a Mironova Gora e di raccontarmi la sua storia. Madre siberiana e padre del Caucaso, dopo aver girato per diversi posti si era stabilito definitivamente a Rossoš'. Non voleva più spostarsi. Ha detto di non essere mai stato al monumento per i caduti russi. Leggeva i nomi e ci osservava mentre sistemavamo i fiori che erano volati via. Solo dopo si era interessato a Zio Antonio e mi aveva chiesto se eravamo già stati a Tambov.

Indicandomi le piccole case russe a valle, mi aveva confidato di aver lavorato una vita, e che ancora lavorava, ma tutto ciò che aveva era un'umile casetta. E poi mi aveva chiesto com'era la vita in Italia, come sono le case. Pensando ai nostri sprechi non sono stata capace di rispondergli. Ricevere a sera la sua visita e quell'elmetto di soldato italiano, completamente arrugginito, è stato davvero emozionante e nuova occasione di confronto. Quel cimelio è il segno del rispetto e della comprensione reciproca. In aeroporto riuscirò a spiegare questa storia ad un gentile poliziotto chiamato per deciderne le sorti. Sorridendo, chiederà solo di rimetterlo in valigia. Ci permetterà così di riportarlo a casa. Silvia Falca, settembre 2011

Aggiornamento

Ho scelto di consegnare l'elmetto ritrovato da Anatoli Ivanovich Drosdov alla Sezione A.N.A. di Trieste. Dopo averlo consegnato, nell'autunno 2011, all'amico e collaboratore Mauro Depetroni - che lo ha custodito, curato e si è preso l'onere di ristrutturarlo, per quanto possibile - è stato inaugurato il suo arrivo nella Sezione di Trieste il 23 aprile 2013. Perché Trieste? Difficile rispondere, se non per la grande riconoscenza e la piena fiducia in Mauro Depetroni. Queste le mie parole per l'inaugurazione alla quale purtroppo non sono stata presente.


Gentile Presidente Ortolani e carissimi Alpini di Trieste,
purtroppo non posso essere presente all'inaugurazione di questa sera.
Sono distante qualche centinaio di chilometri ma idealmente sono lì con voi, sia per l'amicizia e le tante collaborazioni che mi legano a Mauro Depetroni, sia perché ho piacere di pensare che questa sera voi tutti accogliete una bella storia di amicizia e di reciproca comprensione e reciproco rispetto avvenuta a Rossos'.
Ho un bellissimo ricordo dei luoghi che Anatali Ivanovich Drosdov ci ha portati a visitare nei dintorni di Rossos': Mironova Gora, il Don con le sue acque davvero placide. Ho il ricordo vivo dei suoi racconti, della comprensione immediata pur con lingue molto diverse. Della sua generosità a voler donare a mio papà e a me quell'elmetto di soldato italiano.
Lo ricordo ancora mentre in russo spiegava a mio papà la sua famiglia e mio papà in italiano diceva della sua. Di quando ai monumenti dei Caduti Russi apprezzava il nostro rispetto per la storia del suo paese e poi, con quell'elmetto trovato lavorando per le fondazioni di un albergo e conservato fino al nostro incontro, dimostrava il suo rispetto per i Caduti Italiani. Ricordo anche il poliziotto in aeroporto a Mosca al quale ho dovuto spiegare nel mio russo molto insicuro e semplice questa storia: lui ha capito che l'umanità e la comprensione sono importanti per ogni pacifica azione e ci ha permesso di riportare l'elmetto in patria senza alcuna difficoltà.
Sono contenta che adesso lo abbiate voi e sono certa che lo custodirete con la massima cura.Vi ringrazio anche per questo, anche a nome del mio papà Alpino che purtroppo è già andato avanti.

Un caro abbraccio a voi tutti.
Silvia Falca, 23 aprile 2013