Da Mantova a Bostianovka

Ho uno zio da cui ho preso il nome, Bruno Falavigna, che fino al febbraio del 2000 risultava disperso in Russia, e fino a tale data non si era saputo mai niente. Nell’animo dei mie familiari sebbene la guerra fosse finita da molto tempo vedevo sempre una profonda tristezza quando si toccava l’argomento, e la frase finale  era sempre quella: “ chissà dove sarà tuo zio, magari sarà ancora vivo in qualche famiglia russa”. In cuor loro sapevano che era una speranza difficile che potesse trasformarsi in realtà, però affinché non vi erano informazioni certe rimaneva la forza di credere. 

Da parte mia ho sempre avuto il desiderio di colmare questo vuoto familiare senza però sapere come muovermi.

Casualmente ho conosciuto un delegato dell’U.N.I.R.R. di Mantova che mi aveva promesso che appena avesse saputo qualcosa mi avrebbe avvisato. Un pomeriggio di febbraio del 2000 si presentano a casa i carabinieri di Mantova e mi avvisano con un documento che il soldato Falavigna Bruno nato a Porto Mantovano 08/04/1915 risultava deceduto il 31/01/1943 ed era seppellito in un fossa comune a Bostianovka. Alla sera stessa il conoscente dell’U.N.I.R.R. venne a casa con altri documenti più dettagliati: il soldato Falavigna Bruno apparteneva al 277 Reggimento Fanteria “Vicenza”, sepolto nel campo di prigionia n° 67 nella regione di Sverdlovsk. Sono andato subito ad avvisare i miei familiari; hanno appreso la notizia con molta tristezza, perché è venuta meno la pur fragile speranza di sapere mio zio ancora in vita, con la rassegnazione però di sapere il luogo esatto di dove si trovasse il suo corpo.

Mentre continuo il racconto, mi viene ancora la pelle d’oca. Dentro di me vi è stato come un sussulto, un richiamo; devo andare a portare un fiore sulla tomba di mio zio, e di quei caduti sepolti nella fossa comune. Il giorno dopo mi sono recato in un’agenzia viaggi specializzata per i viaggi in Russia ed in maniera decisa ho chiesto di programmarmi un viaggio per Bostianovka in treno per rivivere il percorso dei militari, senza sapere dove si trovasse questa località.

Con il titolare dell’agenzia guardammo sulla cartina geografica: Bostianovka si trova in Siberia ai piedi dei monti Urali.

Ottenuto con difficoltà i documenti necessari, il 3 giugno 2000, senza conoscere nessuna lingua straniera, tanto meno il russo assieme a mia moglie partii, con tragitto: Mantova-Venezia-Budapest-Kiev-Mosca- Ekaterinburg, quasi quattro giorni di treno. Inoltre in Siberia ho dovuto noleggiare una macchina con autista, perché Bostianovka dista circa 400 km, di cui 200 di strada sterrata, da Ekaterinburg. Il viaggio è stato incredibile. Treno locale Mantova – Venezia; da Venezia partenza per Budapest alle ore 21.42 con arrivo previsto 11.50. Viaggio tranquillo, se non per i pignoli controlli alle frontiere. Arrivati puntuali alla stazione Keleti Pu iniziarono i “problemi”; dovevo convertire il biglietto rilasciato dall’agenzia italiana nel corrispettivo biglietto ungherese. Senza farsi prendere dal panico mi sono fatto intendere con disegni ed indicazioni varie ed alla fine sono riuscito nell’intento. Partenza alle ore 17.20 per la stazione Kievskaja di Mosca con arrivo previsto alle ore 10.10 di due giorni dopo. Treno tipico russo con inciso sulla locomotiva  “falce e  martello”. Prima di salire un ferroviere ed un militare ci hanno ritirato il passaporto ed i vari visti. All’interno uno sporco indecifrabile, senza aria condizionata e i finestrini che non si aprivano. Stipati come sardine (treno di pendolari con valige e pacchi di cartone contenenti dall’abbigliamento, ai generi alimentari alle bevande, ecc. sembrava stessa arrivando la carestia). Sistemati nella cuccetta con altre due persone, il primo pensiero che ho avuto: “speriamo di arrivare”. Prima notte per Mosca da incubo: ogni ora un controllo sia dei documenti in loro possesso che del contenuto delle nostre valige. Il giorno successivo è trascorso in modo tranquillo se non fosse stato per il caldo insopportabile e l’odore nauseante del treno. Verso le 23.00 il treno si ferma (le soste sono sempre molto lunghe) nella stazione di frontiera con l’Ukrayna in aperta campagna. Mi si avvicinano 4 militari e mi fanno il gesto di seguirli. Mia moglie è impallidita. Con  una decina  di persone ci hanno fatto scendere  e condotti in una caserma dove  siamo stati trattenuti senza motivo fino alle 2. Ho capito che volevano solo dei soldi, me la sono cavata dando 20 dollari ad un militare. Uscito dalla caserma nel buio pesto della notte panico totale: il treno non c’era più. All’improvviso mi sono accorto che l’avevano spostato in un alto binario/officina. Con delle gru pneumatiche stavano alzando le carrozze per aprire lo scarto delle ruote in quanto (questo l’ho saputo di conseguenza) le rotaie russe sono più larghe di quelle occidentali. Arrivati puntuali a Mosca, nota positiva delle ferrovie russe, ho preso un taxi per andare a prendere il biglietto del treno per la Siberia nell’ufficio di corrispondenza dell’agenzia italiana. Ho cercato un taxista che dal viso mi desse fiducia e con dizionario russo tascabile alla mano dopo circa 3 ore (non ci speravo più) abbiamo trovato il posto. Alle ore 16.45 dalla stazione Kazankaya sono partito per Ekaterinburg con arrivo previsto alle ore 19.00 del giorno dopo. Treno di lusso in quanto parte del tragitto della famosa transiberiana. Soste prolungate nelle stazioni in modo da dare la possibilità alla gente del posto di vendere i prodotti locali: ciliegie, pesce essiccato, vodka, oggetti di vetro, ecc. Dal treno  si vedevano distese di campi e le case distivano kilometri l’una dall’altra. Più ci si avvicinava alla Siberia più ci si addentrava in estesi boschi di betulle. Arrivati in orario a Ekaterinburg, la stazione incuteva preoccupazione. Ho avuto l’avvertenza di chiede informazioni ad un militare che gentilmente ha individuato un taxi sicuro, che mi potesse accompagnare in albergo. Erano 4 giorni che non ci si lavava, e che si mangiava ciliegie acquistate nelle stazioni e cracker portati da casa. La mattina del 7 giugno l’autista (sconosciuto) ci venne a prendere in hotel e partimmo per Bastianovka.

Il mio cuore iniziava  a pulsare più velocemente per l’emozione: stavo colmando un vuoto familiare durato 60 anni. Usciti da Ekaterinburg, la strada per Bostianovka iniziava ad essere sterrata, immersa nella palude ed acquitrini e da un’ infinità di zanzare. Ogni tanto si vedevano macchine in panne ai bordi della strada. Ho pensato : vuoi vedere che si ferma anche questa. Così successe, non entravano più le marce, il cambio si era fermato in terza. Fermatisi in una specie di autofficina in qualche modo si è riusciti a riparare il guasto.

Arrivati, trovammo un villaggio costituito da baracche, senza anima viva in giro.
Non sapevamo più dove andare, continuavamo a girare attorno a quelle catapecchie. All’improvviso riconobbi il bosco fotografato sul documento datomi dall’U.N.I.R.R. Ci fermammo e di corsa presi un sentiero costeggiato da betulle e sterpaglie dove in fondo  si intravedeva il ceppo commemorativo.  Pulsazioni a mille, ho raggiunto il ceppo, era circondato da avvallamenti erbosi in cui si intravedevano i segni delle fosse. In mezzo al ceppo di marmo vi era una frase in lingua russa e italiana: “AI CADUTI ITALIANI IN TERRA DI RUSSIA”.  

 

Sotto al ceppo, anche se l’autista mi ha fatto capire che non si poteva ho inserito una medaglietta della Madonna delle Grazie (i fiori non sono riuscito a recuperarli). E’ stata un’emozione unica. La mattina successiva sono ripartito e dopo altri quattro giorni di treno ho raggiunto Mantova.

Bruno Falavigna